Fondazione “PUPI”

Fondazione

  Javier Zanetti ha dato un calcio al pallone, ha aperto il gioco ai suoi compagni dell’Inter di Milano, ha passato il pallone ai suoi amici, e tutti insieme hanno fatto una giocata eccezionale: è nata la FONDAZIONE PUPI, iniziata con il sostegno dei suoi benefattori e un piccolo gruppo di volontari, che cercano con il loro impegno di restituire la fede, la dignità e la speranza ai bambini che vivono in uno stato di alto rischio sociale e alle loro famiglie.Il numero di benefattori e di sostenitori aumenta per fortuna ogni giorno e, grazie a loro la Fondazione PUPI è riuscita a raggiungere il primo degli obiettivi che si era proposta: ristrutturare l’edificio della sua sede ed iniziare ad assistere quasi quaranta bambini appartenenti a famiglie che vivono in condizioni di estrema povertà, emarginazione e che sono escluse dal sistema a causa della profonda crisi che sta attraversando l’Argentina.

 

 Il capitano dei piccoli 

Non si tratta di uno “scoop” ma piuttosto di un gradito “ritorno” di Javier Zanetti. A dieci anni dall’intervista rilasciata ai nostri affezionati lettori quando era da poco approdato in terra italiana, il difensore argentino dell’Inter si è concesso al microfono di padre Fabio. Di strada ne ha fatta… ora è capitano in campo e anche fuori!
 
 

Come ti è nata la passione per il calcio?
Già da piccolo, a tre anni mi divertivo a “dare i calci” al pallone che i miei genitori mi avevano regalato e mi piaceva tantissimo scendere in strada e giocare con gli amici del quartiere vicino a dove abitavo.
Sognavi davvero di diventare un calciatore di fama internazionale?
Quando si è bambini si guarda sempre ai grandi e si cerca di imitarli. Così anch’io sognavo di di­ ventare un calciatore famoso, di giocare in una grande squadra e di poter indossare la maglietta della mia Nazionale. So­ no contento di aver realizzato questi sogni. Serve tenacia e grande carica motivazionale per ottenere quello che si vuole.
Ci puoi raccontare come è iniziata la tua carriera calcistica?

Tutto è nato da quel primo pallone che mi hanno regalato i miei genitori. Poi mi sono inserito nella squadra del mio quartiere dove ho mosso i primi passi da difensore finché una squadra di serie A del campionato argentino mi contattò per far parte del settore giovanile.
A 17 anni ho fatto il mio debutto in una squadra professionista in serie B, il Talleres, dove ho giocato per un anno. Il 1993 ha coinciso con il salto di qualità nella mia carriera calcistica: approdavo, infatti, alla massima serie del campionato argentino nella squadra del Banfield dove rimasi per 2 anni. Poi l’ingresso in Nazionale e addirittura la partenza per l’Europa con de­ stinazione Milano. È con l’Inter che ho acquistato  popolarità in campo internazionale.
Quali giocatori ti piacevano di più?
Come argentino ovviamente avevo un debole per Diego Armando Ma­radona. È lui che ha fatto la “storia” del calcio argentino e mondiale ne­gli ultimi vent’anni.

I ragazzi italiani ti conoscono per le tue doti di difensore dell’Inter, eppure tanti non sanno che fuori dal campo di gioco ti sei schierato “a difesa” dei diritti dei bambini bisognosi dell’Argentina fondando con la moglie Paula la Fondazione P.U.P.I. (“Por un Piberio Integrado”). Ci puoi raccontare qualcosa delle finalità di questo tuo impegno?
Ho avuto un’infanzia difficile, e anche se oggi non vivo nel mio Paese, sono al corrente della situazione che sta attraversando e degli effetti che ricadono sui bambini più poveri. Ho sempre pensato che ognuno di noi deve darsi da fare e considerare che ha una certa responsabilità sociale all’interno della sua comunità. Ecco perché quattro anni fa insieme a mia moglie Paula abbiamo deciso di dar vita alla fondazione Pupi a favore dei bambini bisognosi e diversamente abili che vivono nel quartiere dove sono nato. Abbiamo iniziato con 60 bambini (dai tre ai sei anni) e ora ne abbiamo più di 100! Al mattino li portiamo a scuola o all’asilo. A mezzogiorno tornano nella nostra fondazione per il pranzo e nel pomeriggio fanno tante altre attività complementari di educazione e di riabilitazione.

Lo sport può essere un ambito im­ portante per l’educazione di un ragazzo? Come? Quali valori può insegnare e a sua volta trasmettere?
 
Attraverso lo sport si possono fare tantissime cose positive. Lo sport è indispensabile per la crescita sana di un ragazzo perché impara a co­ noscersi, a misurarsi con le proprie doti e i propri limiti e capisce il valore della fatica e del sacrificio per ottenere dei risultati. Specialmente adesso che ci sono tanti problemi di integrazione e di convivenza nella società, lo sport può di­re la sua, trasmettendo valori quali la solidarietà e l’accoglienza delle diversità.

Come credente, che posto occupa la fede nella tua vita?
La fede è molto importante per me. Io credo in Dio, sono molto religioso e non ho vergogna di dirmi credente. In tutto ciò che faccio cerco di metterci tanta fede e così anche nelle situazioni più difficili sento la protezione di Dio e la sua presenza mi rende forte e felice. Cerco di non fare troppa differenza tra fede e vita. Le due cose vanno insieme.
Nel calcio non si vince mai da soli. È un po’ una metafora della vita?
Per arrivare a un obiettivo importante come la vittoria c’è bisogno del contributo di tutti. Non si può mai dire che la vittoria sia merito soltanto di un giocatore! Ciascuno, nel suo ruolo, deve fare la sua parte. Con la collaborazione di tutti si possono raggiungere bellissimi traguardi.                                                     

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